Diritto dell'informatica
Roblox: Digital Services Act e responsabilità
Roblox è una piattaforma digitale frequentata da molti minorenni e soggetta agli obblighi previsti dal Digital Services Act (DSA). Il regolamento europeo mira a rendere l’ambiente online più sicuro, trasparente e affidabile. L’articolo 28 del DSA impone alle piattaforme accessibili ai minori misure adeguate per tutelarne privacy, sicurezza e protezione.
Tra gli strumenti rilevanti rientrano la verifica dell’età, il controllo parentale e la possibilità di segnalare abusi o chiedere assistenza. Per le piattaforme di dimensioni molto grandi sono inoltre previste valutazioni dei rischi sistemici. Tali rischi comprendono contenuti dannosi, profilazione pubblicitaria, dipendenza digitale e vulnerabilità dei minori.
Il DSA, tuttavia, non trasferisce automaticamente ai genitori la responsabilità degli obblighi della piattaforma. Roblox deve rispettare gli obblighi propri del gestore, mentre i genitori mantengono i doveri di educazione e vigilanza. Secondo l’articolo 2048 del Codice civile, i genitori possono rispondere dei danni causati dal fatto illecito dei figli minori. La responsabilità riguarda sia la culpa in vigilando sia la culpa in educando.
La Corte di cassazione richiede una prova concreta dell’educazione impartita e della vigilanza esercitata. Non è quindi sufficiente dichiarare genericamente di avere controllato l’attività online del figlio. Occorre dimostrare un controllo adeguato all’età, alla maturità e alle caratteristiche dei figli. Nel contesto digitale, educare significa anche spiegare le regole di comportamento, privacy e sicurezza online. I genitori dovrebbero utilizzare password sicure, limiti di spesa, impostazioni privacy e strumenti di controllo parentale. È inoltre importante verificare i contatti, le chat, gli acquisti virtuali e i contenuti accessibili sul profilo. La vigilanza non deve trasformarsi in un controllo indiscriminato, ma deve essere proporzionata ai rischi concreti.
L’Avvocata Marisa Marraffino ne parla in questa intervista per Vanity Fair: